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La meraviglia

Dalla noia all’illusione ottica: nella mente avventurosa di un adolescente

Questa è la prima esposizione che si propone di collegare il periodo scolastico di M.C. Escher con le stampe realizzate dall’artista trent’anni più tardi, illustrando il legame significativo esistente tra la realtà della scuola secondaria frequentata dall’artista ad Arnhem e una serie di sue stampe postbelliche. È universalmente riconosciuto come, una volta lasciata l’Italia, nel 1935, le stampe di Escher abbiano sempre più rifuggito la realtà: le sue prime opere rientravano infatti nella categoria dei “paesaggi”, mentre in seguito sarebbero state caratterizzate da quelli che possono essere denominati “paesaggi della mente”.

Ci appare ora chiaro che “l’inferno di Arnhem”, ovvero il periodo scolastico secondo Escher, svolse un ruolo fondamentale per stampe importanti quali Altro mondo e Relatività, nonché per numerose altre stampe a loro assimilabili. Così è nata la nuova esposizione A sense of wonder – From boredom to optical illusion: inside the adventurous mind of a teenager.

Altro mondo, 1947
Hogere Burger School (H.B.S.) di Arnhem

M.C. Escher venne iscritto alla Hogere Burger School (H.B.S.) di Arnhem, città dei Paesi Bassi orientali, quando aveva quattordici anni: in seguito, avrebbe descritto il periodo vissuto in questo istituto come “un inferno in Terra”. Entrando nell’imponente edificio, costruito nel 1904, ci si imbatte subito in un’ampia scalinata; arrivati al mezzanino, si può girare indifferentemente a sinistra o a destra, per salire un’altra rampa di scale più stretta, con vista su passaggi pseudoromanici.

Relativita, 1953
Hogere Burger School (H.B.S.) di Arnhem

A scuola, l’adolescente Escher si annoiava a morte, ma a questo istituto dobbiamo essere eternamente grati, perché, pur senza volerlo, incoraggiò il giovane artista a sognare e a liberare la sua immaginazione da ogni freno. Nella sua mente, il giovane M.C. Escher creava immagini di scale che ruotavano e di spazi che si piegavano, si contorcevano. E queste immagini lo seguirono fino all’età adulta, quando, artista ormai maturo, si propose di esplorare (riuscendoci apparentemente senza alcuna fatica) nuovi metodi per raffigurare differenti prospettive dello stesso spazio. Spesso, peraltro, ci riuscì in modo talmente intelligente da impedirci spesso di notarlo a prima vista.

Durante una conferenza tenuta nel 1963, Escher descrisse le sue opere con queste parole:

«Per concentrare l’attenzione su un qualcosa di inesistente, si deve cercare di ingannare innanzitutto sé stessi e soltanto in seguito il proprio pubblico, presentando la storia che si desidera raccontare in modo tale da celare l’elemento dell’impossibilità, affinché uno spettatore disattento non se ne renda nemmeno conto. Deve esserci un enigma, che non salta subito all’occhio.»

In precedenza, in una lettera inviata all’amico Bruno Ernst, scrisse:

«Forse mi concentro esclusivamente sull’elemento dello stupore e, per questo, cerco anche di evocare esclusivamente un senso di meraviglia in chi osserva i miei lavori.»

 

Ed è proprio il senso di meraviglia, il “sense of wonder”, a essere protagonista di quest’aggiunta permanente alla mostra su Escher.